Sindacato Intercategoriale Cobas

Immigrazione

DRAMMA a EL Kabaria (sobborgo di Tunisi)

Entrambi i genitori di un disperso si immolano.
Il CITII informa il pubblico di un nuovo dramma dell'immigrazione: entrambi i genitori si sono dati alle fiamme nel quartiere di Tunisi "El Kabaria" per protestare contro le autorità italiane e tunisine che, nonostante le numerose richieste delle famiglie e delle associazioni di difesa dei migranti che hanno rivendicato di fare luce circa il destino dei dispersi.
La madre del disperso è stata ammessa al Centro di Trauma di Ben Ben Arous in gravi condizioni.
Il CITII esprime il proprio sostegno per la famiglia del disperso e augura una pronta guarigione a sua madre, denuncia il silenzio del governo italiano che ha ricevuto dalle impronte digitali dei dispersi da parte delle autorità tunisine per facilitare la ricerca e si rifiuta di seguire le esigenze di famiglie tunisine ignorando il loro dolore e esprime la propria solidarietà con le famiglie dei dispersi.
Il CITII denuncia la mancanza di risposte da parte delle autorità tunisine e italiane alla sofferenza delle famiglie e malgrado le varie sollecitazione delle associazioni che difendono i diritti dei migranti e per ottenere informazioni sulla scomparsa di centinaia di giovani tunisini.
Il CITII deplora la mancanza di risorse dal governo tunisino per aiutare le famiglie a conoscere la verità il destino degli scomparsi.
Il CITII ricorda la richiesta delle famiglie e delle organizzazioni che rappresentano i migranti di istituire una commissione indipendente d'inchiesta vera, dotata di mezzi efficaci per apprendere la verità sul giovane tunisino scomparso.

Il Comitato Immigrati tunisini in Italia

Last Updated on Thursday, 26 April 2012 20:30

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Tunisia

“Immagini, tu?” chiede il testo di un appello delle famiglie dei migranti tunisini partiti subito dopo la rivoluzione verso l’Europa e che non hanno dato notizia del loro arrivo, “tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato?
Non lo sai (…) potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia”.

Noi siamo un gruppo di donne italiane e tunisine che sabato 14 gennaio, anniversario della rivoluzione tunisina, ha deciso di organizzare un presidio davanti alla Prefettura di Milano (corso Monforte, ore 10) per sostenere l’appello dei familiari tunisini e ribadire che la parola libertà senza libertà di movimento è una parola vuota. In quell’occasione consegneremo al Prefetto di Milano e al Console tunisino una lettera indirizzata ai Ministri degli esteri e degli interni italiani e tunisini in cui si chiede di rispondere alla domanda che i familiari di quei giovani dispersi rivolgono da troppo tempo alle istituzioni del loro paese e alle istituzioni italiane: uno scambio delle impronte digitali conservate nei database dei due paesi.
Un incrocio dei dati, su richiesta dei genitori, per ritrasformare le impronte di quei giovani in vite, o, eventualmente, in morti, di cui fare il lutto e da aggiungere all’infinito elenco delle morti di migranti nel Mediterraneo che, volute dalle politiche di controllo delle migrazioni, hanno trasformato quel mare in un cimitero marino.
Basterebbe questo semplice gesto, infatti, per rispettare il dolore dei familiari tunisini, dovendo riconoscere, almeno indirettamente e
in parte, le vite di quei giovani e il loro desiderio di libertà. A tutte/i, e a tutte/i coloro che hanno sostenuto la campagna “Da una sponda all’altra: vite che contano” in appoggio all’appello dei familiari, chiediamo di partecipare all’iniziativa.

Le 2511, Associazione Pontes

Per informazioni: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. - Per aggiornamenti https://leventicinqueundici.noblogs.org/

Last Updated on Saturday, 14 January 2012 11:13

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SPORTELLO SINDACALE (SI COBAS) PER LAVORATORI IMMIGRATI

CONTINUA LA PRESENZA DOMENICALE (ogni settimana) DELLO SPORTELLO SINDACALE (SI COBAS) PER LAVORATORI IMMIGRATI.

DOMENICA 26 GIUGNO

ORE 11-14 Mercato di Porta Palazzo a Torino

Sono in forte aumento i casi che stiamo affrontando (licenziamenti, incongruità salariali, vertenze individuali e collettive, info sui permessi e sui diritti, ecc.. ) :  è quindi necessaria una maggiore partecipazione allo sportello.

Last Updated on Sunday, 26 June 2011 10:05

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Mobilitazione nazionale dei migranti e con i migranti

Per una mobilitazione nazionale dei migranti e con i migranti, contro il razzismo istituzionale e contro la precariet.

La clandestinità non è più un reato penale! La Corte di Giustizia europea ha cancellatola possibilità di arresto per i migranti e delle migranti che non lasciano il paese dopo un’espulsione. La circolare Manganelli non dovrebbe esistere più! Il Consiglio di Stato ha di fatto riaperto la questione della sanatoria “truffa” del 2009, segnando una significativa vittoria per il movimento dei migranti che ha lottato per mesi per la regolarizzazione di tutti coloro che avevano fatto domanda.

Eppure, il Ministro Maroni ha nuovamente bloccatole pratiche dei migranti colpiti dalla cosiddetta circolare Manganelli, e minaccia anche di reintrodurre il reato di clandestinità per decreto. Intanto la Bossi-Fini continua a funzionare a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dentro la crisi economica.

È la schiavitù dei pezzi di carta: avere quel pezzo di carta che si chiama permesso di soggiorno è un percorso a ostacoli tra incertezza e arbitrio. Prima di ottenerlo, passano molti mesi in cui la vita dei migranti è legata al pezzo di carta della ricevuta postale che attesta la richiesta di rinnovo. E il pezzo di carta del permesso di soggiorno lo si può rinnovare solo se in tasca si hanno altri pezzi di carta: un reddito sufficiente che testimoni che si hanno i mezzi per restare. Un pezzo di carta che si compra con altri pezzi di carta, al prezzo dello sfruttamento. Ai migranti è poi chiesta la residenza, ma anche la residenza diventa un pezzo di carta difficile da ottenere se nella crisi si perde la casa, o se la casa non si mai avuta. Non è solo avere o non avere un permesso di soggiorno a determinare la precarietà migrante. Difficoltà burocratiche, tempi di attesa, l’intermediazione delle Poste, assenza d’informazioni sicure, brevità dei permessi per ricerca lavoro, validità parziale delle ricevute postali, maltrattamenti, sono tutti elementi che contribuiscono a determinare una condizione di precarietà che dal lavoro si estende a tutta la vita. D’altra parte si tratta di una scelta politica, e lo dimostra il fatto che i permessi di soggiorno per motivi umanitari rilasciato per una parte dei migranti sfollati da Lampedusa sono stati rilasciati dal Governo, dopo un accordo con Poste Italiane e la Zecca di Stato, in pochi giorni e a costo zero. Il punto è che su questa precarietà imposta dall’alto fanno profitti i datori di lavoro e su di essa si fonda anche la gestione della crisi e del welfare: sulle donne migranti impiegate nelle case si scarica il taglio ai servizi sociali; i contributi versati all’INPS da tutti i migranti servono per coprire i buchi, mentre la maggior parte dei migranti questi soldi non li vedrà mai perché la legge rende quasi impossibile un’esistenza regolare. Il lavoro migrante è stato per anni il laboratorio della precarizzazione e continua a esserlo, perciò questi problemi non riguardano solo i migranti, ma sono parte di un ricatto che si estende a tutti i lavoratori e le lavoratrici: la precarietà è la condizione comune che ci divide, e la prima divisione che viene creata è proprio quella tra migranti e non migranti, tra chi dipende dal razzismo istituzionale per poter accedere ad ogni servizio e chi no, tra regolare e clandestino, tra chi può essere rinchiuso in un CIE e chi no.

Per questo diverse realtà che hanno partecipato agli Stati Generali della precarietà 3.0lanciano per tutta la seconda metà di giugno una campagna di mobilitazione nazionale articolata sul piano territoriale e che avrà il suo culmine il prossimo 25 giugno. Dopo le recenti e diffuse mobilitazioni sul piano locale sulla vicenda della sanatoria truffa e la gestione dei permessi di soggiorno e la minaccia del ministro degli Interni di reintrodurre il reato di clandestinità per decreto e i gravissimi fatti che riguardano il CIE di Santa Maria Capua Vetere, invitiamo tutte e tutti a manifestare con noi. Puntiamo a una mobilitazione che vada dritto al nodo principale attraverso cui passa il razzismo istituzionale: la gestione dei permessi di soggiorno da parte del Ministero degli Interni attraverso le Questure. Vogliamo una mobilitazione che veda migranti e non migranti insieme, perché lottare contro il razzismo istituzionale significa lottare contro la precarietà di tutte e tutti e dire basta a quei pezzi di carta che pretendono di renderci schiavi!

Nelle diverse iniziative, manifesteremo per:

▪ la regolarizzazione e il rilascio di titolo di viaggio per chi arriva in Italia sprovvisto di passaporto o è presente irregolarmente;

▪ la regolarizzazione dei migranti coinvolti nella sanatoria truffa 2009; ▪ il mantenimento del permesso di soggiorno per chi perde lavoro nella crisi e il prolungamento del permesso per ricerca lavoro;

▪ lo sveltimento delle procedure di rinnovo e di ricongiungimento familiare da parte delle Questure; ▪ il rilascio di permessi la cui data di validità parta dalla consegna e non dal momento della domanda; ▪ il rilascio del certificato di residenza per chi vive in occupazioni o strutture di accoglienza; ▪ la fine della detenzione amministrativa e la chiusura dei CIE.

Facciamo appello a tutte e tutti perché la giornata affermi un cammino comune contro le divisioni imposte dalla precarietà e dal razzismo istituzionale.

Adesioni:

Stati Generali della Precarietà, Presidio sopra e sotto la Gru di Brescia, Immigrati Autorganizzati Milano, Coordinamento migranti Bologna e provincia, Rap-rete di attivazione del pensiero-gruppo inkiesta di Roma, Comitato No Pacchetto Sicurezza Reggio Emilia, Rete Antirazzista Napoletana, Collettivo No Border Napoli, Coordinamento Antirazzista “Chiudiamo il Cie Andolfato”, Movimento lotta per la casa Firenze, Spazio interculturale autogestito Kulanka, Rete Insicuri, Coordinamento Migranti Castel Maggiore, Comitato Primo Marzo Roma, Comitato Primo Marzo Napoli, Comitato Primo Marzo Palermo, Comitato Primo Marzo Firenze, Comitato Primo Marzo Modena, Comitato Primo Marzo Imola, Comitato Primo Marzo Bolzano, Comitato Primo Marzo Pordenone, Comitato primo marzo Trieste, Rete Primo Marzo, Materiali Resistenti, Rete Antirazzista Firenze, Circolo Anarchico Fiorentino di via dei Conciatori, PRC – FdS, Progetto Conciatori, Circolo Socio Culturale D.E.A., Gruppo Sconfinate – Romano di Lombardia, Confederazione COBAS di Bologna, Rete Antirazzista Catanese, Ass. Dhuumactu, Servizio Civile Internazionale – gruppo Lombardia, S.I. COBAS.

Last Updated on Sunday, 26 June 2011 13:54

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Profughi: dopo le chiacchiere «umanitarie», la realtà della galera

Questa mattina (10 maggio) si è svolta al Tribunale di Milano la prima e unica udienza del processo contro i sette tunisini che diedero vita alla rivolta al CIE di via Corelli di fine aprile. Diciamo subito che, peggiorando la situazione dell’udienza preliminare (ricordiamo che in quell’occasione gli avvocati di ufficio assegnati ai sette ribelli, avevano rifiutato di patteggiare una pena di sei mesi senza sospensione della pena), oggi il giudice ha inflitto loro una condanna di dieci mesi. L’assenza di un’adeguata difesa legale, e le pressioni esplicite del giudice ("Se non accettate il patteggiamento la pena potrebbe essere notevolmente più alta!") hanno certamente pesato inducendo i detenuti ad accettare tale patteggiamento rendendo così definitiva e inappellabile la condanna. Sette persone che avrebbero dovuto godere di un permesso di soggiorno temporaneo (per via del decreto presidenziale dell’11 aprile) e che nelle loro intenzioni erano diretti in Francia, finiscono così nelle maglie della repressione, aprendo l’ormai risaputo circolo vizioso CIE-carcere-CIE che calpesta la vita di migliaia di immigrati in nome delle leggi razziste dello stato e dell’Europa di Shengen. Alla lettura della sentenza in aula si sono levate proteste che hanno subito allertato e messo in movimento le forze dell'ordine che hanno circondato costringendoli infine a lasciare il tribunale.La presenza dei solidali ha avuto giusto il merito di far capire ai sette malcapitati che la loro determinazione (ricordiamo che tutti e sette si sono rivendicati in aula la rivolta di fine aprile in Corelli) non era passata inosservata tra gli antirazzisti e che, non rimarranno soli.Troppo poco, di fronte all'infernale meccanismo che non lascia scampo a coloro che cadono nella rete del meccanismo concentrazionario-espulsivo che da ormai troppo tempo segna la vita sociale dell’Italia e dell’Europa intera. Comitato antirazzista.

Last Updated on Friday, 13 May 2011 18:03

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