Sindacato Intercategoriale Cobas

Immigrazione

A proposito di Mada Kabobo

Questa volta la strage è avvenuta a Milano, nel primo mattino di una domenica di maggio.
Di solito simili fattacci avvengono in sconosciute località degli States ... come Columbine, Newtown, Blacksburg ... E subito i nostri psicologi, sociologi, tuttologi e Andreoli vari si mettono a sparare cazzate, a raffica. E nel mucchio qualcuna l’azzeccano. Questa volta l’ha azzeccata l’onorevole Gian Luigi Gigli, un medico, deputato di Scelta Civica. Uno neppure tanto progressista, ma forse onesto.
A proposito di Kabobo, Gigli ha timidamente detto in Parlamento che «trovarsi per le necessità della vita, in un Paese del quale forse si conosce a malapena la lingua, in una condizione di disoccupazione, in una condizione probabilmente anche di disperazione, credo che possa far uscire di testa chiunque».
Apriti cielo! I razzisti della Lega si sono scatenati con i loro fiancheggiatori bipartisan: partendo dal PDL passando per il PD finendo con qualche grillino. Con una gran faccia di tolla, costoro hanno invocato il reato di clandestinità, esaltando il barbaro ius sanguinis contro il civile ius solis ...
Strillano tutti coloro che questo fattaccio l’hanno preparato, con la Bossi-Fini, con l’esercito nelle strade ... con il clima di intimidazione e violenza che accompagna tutti i provvedimenti di intolleranza razzista. Senza dimenticare che la strada all’escalation securitaria fu aperta dalla Turco-Napolitano(Giorgio), madre di tutti i pacchetti-sicurezza. E così infierendo, tutti costoro hanno lanciato il piccone omicida nelle mani di Kabobo.
L’ondata reazionaria, inevitabilmente, ha investito il sindaco di Milano. Uomo di fermi principi, ma non troppo. Non esageriamo. Il Pisapia prima ha detto NO all’esercito in città, poi ha detto NI: presidi sì, ronde no.
CHIEDI ASILO? GIÙ BOTTE!
Mada Kabobo sbarcò sulle coste di Lampedusa nel maggio 2011, dopo che le rivolte arabe avevano sgretolato il regime concentrazionario di Gheddafi. Kabobo aveva fatto un disperato
viaggio, per terra e per mare. Proveniva dal distretto di Lawra, in Ghana, una delle zone più povere del mondo, un’area quasi desertica, all’estremo confine Nord-ovest del Paese, a pochi chilometri dal Burkina-Faso. Insieme ad altri compagni di sventura, fu poi internato nel Centro accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Bari Palese. Peggio di un carcere: in una struttura che può contenere 900 persone, ce n’erano allora 1400. Dopo mesi di inutile attesa dello status di rifugiati, il 1° agosto i reclusi protestarono, bloccando i binari della ferrovia e la Statale 16bis. La polizia intervenne in forze, «a mazzolare i negri». Gli scontri durarono alcune ore, poi ci fu la caccia all’uomo, con elicotteri e polizia a cavallo. Kabobo fu catturato e rinchiuso nel carcere di Lecce, con l’imputazione di «violenza, resistenza e altri reati».
Dopo sei mesi di galera, Kabobo cominciò a dare segni di nervosismo e, il 19 gennaio 2012, scaraventò per terra un televisore. Non ci dicono come le guardie l’abbiano poi trattato. Sappiamo solo che fu trasferito con «obbligo di dimora» al CARA di Borgo Mezzano (Foggia), da cui «scomparve», non si sa come e quando ... Riapparve a Milano il 16 aprile 2013,
quando in viale Monza fu fermato dai carabinieri per un controllo, senza conseguenze, visto che era in attesa di asilo politico.
Le informazioni sul soggiorno di Kabobo in Italia sono assai carenti e confuse, con in più qualche balla, tanto per confondere le acque. Non viene precisato che i CARA sono dei piccoli campi di concentramento con le «porte aperte», tanto non si può andare troppo lontano, senza soldi e documenti. La permanenza dovrebbe durare 30/35 giorni, in realtà si protrae per tempi molto più lunghi, creando situazioni insostenibili, che costringono migliaia di persone a una vita puramente vegetativa. In queste condizioni, spesso, l’unica alternativa diventa la fuga.
Lo scorso marzo, alcune centinaia di profughi del Nord Africa, restati senza assistenza e finiti per strada, loro malgrado, hanno manifestato a Torino e hanno incontrato Laura Boldrini, ex portavoce dell’UNHCR.E costei «ha espresso la sua amarezza nelle campagne pugliesi». Null’altro ha potuto fare.

UNA FUGA DAL NULLA, VERSO IL NULLA.
«Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po’ di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar. Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”. Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso».
– Lettera è tratta dall’articolo dell’11 aprile 2013, di RAZI MOHEB e SOHEILA MOHEBI, I Rifugiati politici.
Cittadini del Nulla. I nodi ciechi e le porte chiuse. Cosa significa essere rifugiato politico in Italia, (http://www.annavanzan.com/2013/04/litalia-e-i-rifugiati-politici/).
Questa è la condizione che Kabobo deve aver incontrato a Milano. Viveva per strada, chiedendo l’elemosina, dormiva nelle stazioni o in qualche tugurio abbandonato, come quello diroccato di via Passerini, a Niguarda, dove trascorse la notte prima dell’alba di sangue. Dicono che bevesse ... dicono che si drogasse ... dicono. Certo, non con roba di prim’ordine. Poi, al carcere di San Vittore, gli esami clinici scoprono che, al momento dell’arresto, non faceva uso di alcolici & droghe. Ma anche se fosse, che doveva fare? Per riempire il nulla di quelle giornate e notti da fantasma.
E se qualche lavoretto lo trovava, era bello nero. Per la gioia di padroncini e caporali. Pronti a reclamare il reato di clandestinità, che va tutto a loro vantaggio.
Di Kabobo ce ne sono sempre di più, in giro per Milano. Uomini e donne, stranieri e italiani, giovani e vecchi, tutti rovinati da un’economia nemica, quella del capitale. Sono
figure che ormai fanno parte del paesaggio urbano e che accettiamo, forse con l’indifferenza di chi deve fare i conti con un’esistenza sempre più ingrata. E non per colpa nostra. Anche
per questo, seppur assai turbati, gli abitanti di Niguarda hanno cacciato quell’impunito del Borghezio, che cercava di seminar zizzania.
Tutt’altro che indifferente alla miseria altrui, anzi assai infastidito che dia colpi di testa (o fuori di testa ...), è invece l’onorevole Piero Longo, avvocato del Berlusca, che volentieri avrebbe sparato al negro. Oltre alla vita, l’avvocato Longo ha molte cose da perdere, grazie al Berlusca. E ci tiene a difenderle, le sue cose, eliminando ogni causa di disturbo. E magari l’avvocato ha voluto «dare la linea» ai padroni contro i proletari che, ora, anch’essi, hanno preso la brutta abitudine di usare le pistole. Come ha fatto il 28 aprile Luigi Prieti, a Roma; poi, il 16 maggio, Davide Spadari, che ha sparato contro padrone e figlio. Dopo mesi di maltrattamenti. È avvenuto a Casate, in provincia di Varese, culla della Lega. Dove padroni e operai vivevano d’amore e d’accordo.
Forse, il vento ha cambiato il suo corso. Forse ...

DINO ERBA, Milano, 18 maggio 2013.
A PROPOSITO DI BALLE ...
Dovendo consultare la stampa per capire qualche cosa di Mada Kabobo, mi sono ciucciato un po’ di articoli del Corriere. Tra cui quelli firmati da tal Gianni Santucci che su Kabobo un giorno ha detto una cosa, il giorno dopo un’altra. Diversa. Un bell’esempio di disinformatia ...

Ultima modifica il Sabato, 18 Maggio 2013 18:34

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Sciopero immigrati, quando gli “ultimi” non vogliono più essere tali

Quando si tratta di gettare uno sguardo pietistico sugli immigrati, gli articoli sui giornali non mancano. Finché restano vittime, finché accettano di essere gli “ultimi” e aspettare buoni buoni che qualcuno ‘doni’ loro qualche diritto – come quando si getta l’osso al cane da una macchina in corsa – suscitano sentimenti di carità popolare e istituzionale, sono simpatici: “poveretti, ce l’abbiamo un euro da dare?”, “hai visto che carino? Sta lì seduto al freddo a chiedere l’elemosina”. Appena però gli immigrati si alzano in piedi, guardano senza paura tutti negli occhi e pretendono i loro diritti, scompaiono dai giornali. E vengono guardati in cagnesco da molti: “Ma come osano? Chi si credono d’essere? Non basta che diamo loro un lavoro, ma vogliono anche avere dei diritti. Non vedono che crisi c’è?”

E’ stato questo il sentimento più diffuso durante le rivolte dei braccianti africani a Castelvolturno, Rosarno e Nardò contro criminalità organizzata e, dietro di essa, i proprietari terrieri e multinazionali dell’agribusiness e della distribuzione; durante lo sciopero dei braccianti africani a Caserta per una paga giornaliera, dignitosa, di 50 euro; durante le lotte degli operai maghrebini (e non solo) nella logistica, da Origgio a Piacenza, contro il super-sfruttamento delle “cooperative” e delle grandi imprese.

Il loro protagonismo irrita molti, tutti coloro che sono disposti ad accettare come forme di protesta soltanto il gesto di testimonianza (pietistica), come lo stare in bilico sulla gru e all’addiaccio, ciò che sostanzialmente riproduce il messaggio caritatevole sugli “ultimi”. Le loro lotte auto-organizzate fanno storcere il naso anche ai sindacati confederali che, spesso, senza fiatare, firmano qualsiasi contratto nazionale.

Non stupisce, pertanto, che quasi nessun giornale mainstream dia voce allo sciopero di oggi dei lavoratori della logistica – da Roma fino in Lombardia – che ha come protagonisti proprio i lavoratori immigrati, che con le loro lotte sono riusciti a piegare perfino multinazionali giganti come l’Ikea. Così come non sorprende il fatto che non si parli della manifestazione indetta per domani a Bologna dal Coordinamento Migranti per dire no alla legge Bossi-Fini che produce clandestinità, no sfruttamento e no agli arbitri amministrativi. Anzi, scommetto che qualcosa la scriveranno, ma soltanto nel caso di scontri o tafferugli con la polizia, per sottolineare quanto sono violenti questi immigrati che si ribellano e chiedono i diritti, quelli insomma che non accettano il destino degli “ultimi”.

Eppure, la storia dell’emigrazione italiana nel mondo, compresa quella negli Stati Uniti, è indissolubilmente legata a quella del movimento operaio e alla nascita dei sindacati e dei movimenti antirazzisti. Per avere un’idea seppur sintetica di tutto ciò, è sufficiente dare uno sguardo al Dizionario biografico del movimento operaio (Andreucci F., Detti T., a cura di, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, 1853-1943, Roma, Editori Riuniti, 1975-1978). Anche allora le istituzioni e i media, dagli Stati Uniti al Brasile, oscuravano o denigravano il protagonismo degli italiani e delle loro eroiche lotte per un salario migliore, per una giornata lavorativa dignitosa, per il diritto e la libertà sindacale, contro le leggi razziste sull’immigrazione. La repressione fu la risposta fornita dalle istituzioni alle loro rivendicazioni. Il loro non piegarsi fu poi garanzia del successo per la conquista dei diritti per tutti. Perché anche quando perdevano, essi vincevano comunque, perché, come dice il protagonista del film “I lunedì al sole”, avevano ottenuto “di essere uniti”.

di Iside Gjergji | 22 marzo 2013 da Il Fatto Quotidiano

Ultima modifica il Lunedì, 25 Marzo 2013 16:40

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Migranti questo è il momento! Domenica 17 febbario- assemblea a Bologna

Oggi ancora, anche se nessuno lo dice, la legge Bossi-Fini lega la nostra permanenza regolare al permesso di soggiorno, al contratto di lavoro e al reddito. Da ormai dieci anni questa legge ci ha costretto ad accettare qualsiasi tipo di salario e mansione pur di mantenere i documenti in regola. Il legame tra soggiorno e lavoro, con la richiesta di un livello minimo di reddito per rinnovare il permesso, ha di fatto espulso dal mercato del lavoro e trasformato in irregolari migliaia di migranti: alcuni hanno lasciato il paese perdendo gli anni di contributi versati regolarmente, altri hanno deciso di rimanere pur dovendosi separare dalle loro famiglie che sono tornate nei luoghi di provenienza. Molti lavorano per salari ancora più bassi. Anche se paghiamo le stesse imposte dei lavoratori italiani, sono state messe nuove tasse e richiesti versamenti alle poste per rinnovare un permesso che spesso scade dopo solo pochi mesi. Quello che noi migranti viviamo dentro e fuori i luoghi di lavoro non nasce dal niente.
Noi migranti non siamo più disposti ad accettare questa situazione: abbiamo lottato e continuiamo a lottare! Abbiamo manifestato davanti alle Prefetture e Questure per la nostra libertà e i nostri diritti. Abbiamo organizzato lo sciopero del lavoro migrante del primo marzo 2010 e 2011, insieme a tanti lavoratori italiani, precari e operai. Oggi, in tutta l’Emilia-Romagna, con gli scioperi e i blocchi nella logistica e nella distribuzione, stiamo lottando per migliorare le condizioni salariali e di lavoro, per tutti. In un settore dove prima sembrava impossibile alzare la voce, abbiamo detto basta al sistema al ribasso delle cooperative e alla precarietà.
Con queste lotte abbiamo accumulato forza e ora vogliamo conquistare la libertà dal quotidiano razzismo istituzionale. Questo è il momento: nessun nuovo governo risolverà i nostri problemi, soltanto con la nostra forza potremo liberarci dal ricatto imposto dalla legge Bossi-Fini e dal permesso di soggiorno!
Dopo incontri e discussioni con migranti e associazioni non solo del bolognese, vogliamo costruire insieme una mobilitazione regionale e invitiamo tutti a partecipare alla

ASSEMBLEA GENERALE DEI/DELLE MIGRANTI
DOMENICA 17 FEBBRAIO ORE 15.00 PRESSO XM24
VIA FIORAVANTI 24, BOLOGNA

MIGRANTI QUESTO E’ IL MOMENTO!
Conosciamo la nostra forza, dobbiamo organizzarci:questo è il momento di lottare contro la legge Bossi-Fini, il ricatto del permesso di soggiorno e il razzismo istituzionale!

Per info e contatti:
Coordinamento Migranti Bologna e Provincia (tel 3275782056) Sene Bazir (tel. 3297106386);
Milena Trajkovska – Isoeventi Ristorazione e Catering (tel. 3407581314);
Babacar Ndiaye – Ass. senegalese Cheick Anta Diop Bologna (tel. 3802493214);
Adil Lasry – Associazione Lavoratori Marocchini in Italia (tel. 3292573253);
Nasiru – El-ihsan, Associazione interculturale Bologna (tel. 3334362877);
Ilyas Muhammad – Comunità Pakistana Bologna (tel. 3290152770);
Arafat Mohamed – Piacenza (tel. 3468282743);
Mouklis Bouchaib – TNT BO (tel. 3208362655);
Abdel Mounim – TNT Bologna (t. 3311331400);
Javed Ahmed – TNT Bologna (tel. 3891366375);
Saddani Brahim – SDA Bologna (t.3291651571);
Sajjad Ahmad – DHL Bologna (t. 3203743434);
Immanuel Adum (Charlie) – TNT MO (tel 3293098320);
Imran Monsoob Khan – Mercatone Uno MB
Services S. Giorgio di Piano, BO (tel. 3890186013);
Cumba Diop - Lidl Bologna (tel. 3284179977);
Fall Mamadou – LHS gruppo logistica Funo di Argelato BO (tel. 3276170838);
Seck Maimona (tel. 3899858061) Sene Sokhna (tel. 3293917730) – Ass. donne senegalesi BO;
Dione Kadim – Bonfiglioli Riduttori Calderara BO (tel. 3398477113);
Brahim Nadi – Molinella, Bologna (tel. 3279152260);
Zarrak Abdelghani – Calderara, BO (tel. 3289180115);
Muhammad Afzaal Ashraf Cheema – Geodis, Calderara di Reno (tel. 3484379900);
Abdelhak Chabil – UPS, Calderara (tel. 3891304010)

Ultima modifica il Venerdì, 08 Febbraio 2013 17:52

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Torino - Portiamo il C.I.E. nel salotto della città

PRESIDIO ITINERANTE DI CONTROINFORMAZIONE SUL PROCESSO A 67 ANTIRAZZISTI/E APPUNTAMENTO ORE 15 PIAZZA CASTELLO - TORINO.

MERCOLEDI 27 FEBBRAIO APERTURA PROCESSO TRIBUNALE DI TORINO ORE 9 AULA 46.

La costante offensiva condotta dalle istituzioni statali nei confronti dei poveri, dei migranti, degli sfruttati ha avuto una fase di inasprimento quando, precedute da una campagna elettorale bipartisan all'insegna delle ordinanze anti-lavavetri e delle crociate contro “zingari” e "clandestini", le elezioni politiche 2008 hanno consegnato l'Italia al governo pseudofascista PdL-Lega.

Tale governo ha dispiegato una serie di provvedimenti (i cosiddetti Pacchetti Sicurezza) palesemente volti a difendere i privilegi dei più ricchi fomentando la guerra tra poveri e l'odio verso il diverso e lo straniero: l'introduzione del reato di clandestinità, l'aumento dei tempi di detenzione nei CIE, le ronde dei militari, i controlli asfissianti nelle strade, sui mezzi pubblici, nei campi rom.

Provvedimenti applicati spesso con brutalità dal braccio armato dello stato, come dimostrano i morti durante inseguimenti o pestaggi di polizia, i casi di morte o suicidio di migranti fuori e dentro i CIE, nelle carceri, nelle camere di sicurezza delle questure, fino ad arrivare alla barbarie dei respingimenti in mare che hanno accompagnato le già tristemente note cronache degli affondamenti dei barconi carichi di uomini donne e bambini diretti verso le coste italiane.

Moltissime persone in tutta Italia si sono indignate e molte si sono mosse per resistere a questa offensiva, cercando di contrastare concretamente le misure del Pacchetto Sicurezza insieme a coloro che in prima persona ne subivano l'applicazione.

Per quanto riguarda la città di Torino, la sera del 23 maggio 2008, mentre a Roma veniva approvato il primo Pacchetto Sicurezza, nel CIE di corso Brunelleschi Fatih Nejl, 41 anni, tunisino, si è sentito male; nonostante le grida di allarme dei suoi compagni di reclusione il personale in turno della Croce Rossa lo ha lasciato agonizzare fino alla morte. Nei giorni seguenti il direttore del CIE, il colonnello della Croce Rossa Antonio Baldacci (tuttora in carica), ha difeso il mancato soccorso da parte dei suoi dipendenti affermando che i compagni di cella erano poco credibili perchè "abituati a mentire" in quanto clandestini. Compagni di cella repentinamente espulsi dall'italia nei giorni successivi in quanto scomodi testimoni dell'accaduto.

A partire dal presidio sotto il CIE di domenica 25 maggio, nato in risposta alla notizia della morte di Fatih, decine di iniziative di lotta si sono susseguite in città. Una parte è stata promossa dalla cosiddetta "assemblea antirazzista", sciolta nel maggio 2009 e il cui sito (www.autistici.org/assembleaantirazzistatorino) seppure incompleto è un'utile fonte per la ricostruzione di quanto accaduto all'epoca. Molte altre iniziative sono state portate avanti da singoli o altri gruppi di compagni/e.

Per frenare la mobilitazione nel febbraio 2010 la Procura di Torino ha ottenuto delle misure cautelari a carico di alcuni attivisti/e formulando l'ardita ipotesi di un'associazione a delinquere, ipotesi poi caduta nei mesi successivi. Ora, a quasi cinque anni dalla morte di Fatih, è imminente l'apertura del processo nei confronti di (complessivamente) 67 compagni/e coinvolti a vario titolo nelle specifiche iniziative, processo a quanto pare ostinatamente voluto da alcuni magistrati, che per appesantire il carico hanno inserito anche episodi non direttamente inerenti la lotta antirazzista. Inoltre, forse allo scopo di ottenere un effetto di aumento delle eventuali condanne, il processo è stato artificiosamente suddiviso in due tronconi: il primo si apre il 27 febbraio ore 9 aula 46, il secondo il 17 giugno ore 9 aula 55, sempre al Tribunale di Torino.

Segue un elenco delle iniziative di lotta contestate. Al netto di alcuni episodi marginali che riguardano singoli compagni, si tratta di un elenco di 41 eventi, racchiusi nel periodo tra il maggio 2008 e il gennaio 2010. Di questi, 20 sono presìdi sotto il CIE di corso Brunelleschi.

In stampatello gli episodi del troncone di febbraio, in corsivo quelli di giugno:

- 25 maggio 2008 presidio sotto al CIE

- 2 giugno presidio sotto casa del direttore del CIE Antonio Baldacci (Chieri via Zandonai 8)

- 6 giugno contestazione a Baldacci all'inaugurazione del centro Croce Rossa di Settimo

- 18 giugno presidio sotto casa del dirigente della Croce Rossa Antonino Calvano (via XX Settembre 65)

- 28 giugno presidio al CIE

- 29 giugno presidio al Museo Egizio di Torino per denunciare l'uccisione di due lavoratori immigrati da parte del padrone

- 17 luglio contestazione a Ilda Curti in Piazza d'Armi per sgombero rom da una palazzina occupata

- 17 luglio presidio serale al CIE

- 6 agosto manifesti contro la polizia a corteo per la morte di Aiad, minorenne magrebino annegato nel Po durante un inseguimento

- 19 agosto presidio serale al CIE

- 25 agosto presidio al CIE

- 30 agosto presidio serale al CIE

- 11 ottobre scritte contro i militari a Porta Palazzo

- 10 novembre boicottaggio farmacia-spia piazza Statuto 4

- 12 dicembre occupazione consolato greco dopo l'uccisione di Alexis da parte di un poliziotto ateniese

- 14 febbraio 2009 presidio serale al CIE

- 19 febbraio presidio al CIE

- 21 febbraio presidio al CIE

- 28 febbraio manifestazione contro il Pacchetto Sicurezza (telecamere oscurate e scritte sui muri)

- 20 marzo presidio davanti alla lavanderia del personale Croce Rossa del CIE

- 21 marzo irruzione con secchiata di merda al ristorante il Cambio

- 6 aprile presidio al CIE

- 13 maggio presidio al CIE

- 24 maggio azione davanti alla sede provinciale della Lega Nord (via Poggio)

- 26 maggio corteo spontaneo in Barriera contro arresto nel pomeriggio di quattro compagni/e

- 9 giugno presidio al CIE

- 21 giugno volantinaggio in difesa del mercato abusivo di Porta Palazzo

- 23 agosto presidio al CIE

- 6 settembre contestazione festa nazionale Lega Nord a Torino Esposizioni

- 8 settembre occupazione e assemblea alla sede regionale Croce Rossa via Bologna

- 11 settembre contestazione a dirigente CGIL Chiaromonte in via Pedrotti per sue dichiarazioni in difesa aguzzini Croce Rossa

- 11 settembre presidio al CIE

- 13 settembre presidio al CIE

- 19 settembre occupazione Croce Rossa Moncalieri

- 28 settembre presidio serale al CIE

- 8 ottobre presidio contro sorveglianza speciale e Lega Nord (largo Saluzzo)

- 28 ottobre presidio al CIE

- 4 novembre presidio al CIE

- 6 novembre presidio al CIE (danneggiamento telecamera)

- 28 novembre presidio al CIE

- 25 gennaio 2010 occupazione sede Lega Nord largo Saluzzo

Al di là dei singoli episodi e dei capi d'imputazione ad essi correlati è evidente che tutto questo è un unico processo politico dove lo stato cerca di mettere sotto accusa la pratica antirazzista, ovvero le iniziative che cercano in qualche modo di frenare concretamente la guerra contro i poveri e gli immigrati portata avanti dalle classi più abbienti con l'appoggio di polizia e magistratura.

Questa pratica antirazzista in realtà non si è mai fermata nè si fermerà in quanto è determinata dalla stessa situazione sociale, e non sarà certo un processo a cambiare le cose.

Anzi casomai è la controparte a dover essere messa sotto accusa, dentro e fuori dal tribunale, per tutte le ingiustizie di cui si è resa e si rende responsabile, dalla morte di Fatih a tutto il resto.

Pertanto si invita tutti/e a sostenere le ragioni dell'antirazzismo e a rilanciarne le pratiche, partecipando ai vari percorsi di mobilitazione in programma a Torino.

TI RICORDI DI FATIH?

Antirazzisti contro la repressione   

Ultima modifica il Mercoledì, 20 Febbraio 2013 18:46

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A Rosarno arriva chi ha perso il lavoro. In Veneto o in Libia

RosarnoL’ennesima “emergenza” Rosarno è in buona parte frutto di una doppia crisi e dell’incapacità italiana di gestirla. I braccianti che arrivano in Calabria hanno perso il lavoro in Veneto o in Libia e vogliono trascorrere l’inverno guadagnando qualcosa per sé e per i parenti in Africa. Eppure, nell’indifferenza generale, è di nuovo emergenza umanitaria.

ROSARNO (RC) – Lavoravano tutti. Nelle fabbriche del Nord Est o nella Libia di Gheddafi. Due crisi molto diverse li hanno portati nelle campagne italiane. Eppure i giornalisti autori di articoli pietisti e troppi politici frettolosi sono convinti di trovarsi di fronte l`atavica povertà africana. «Non esistono frontiere entro cui convogliare le grandi masse che spingono alle porte dei paesi industrializzati», dice il presidente della provincia di Reggio. Un concetto simile a quello espresso a Saluzzo, provincia di Cuneo, da un assessore comunale: «Si tratta di migrazioni epocali» che non possono essere gestite con le risorse di un piccolo comune. La questione epocale, nello specifico, era trovare un tetto a un massimo di 180 lavoratori per qualche settimana.

Dalle campagne del Piemonte a quelle della Calabria, non c`è nessun esodo di massa. La fame è quella prodotta dallo sfruttamento che è alla base del nostro sistema economico. Un sistema abbrutito dalla crisi che colpisce maggiormente il migrante, privo di reti familiari e amicali che possano sostenerlo, emarginato da leggi discriminatorie create negli anni della deriva securitaria e xenofoba e mai riformate. Non sono poveri perché africani. Sono africani perché poveri. La tendopoli e le condizioni abitative estreme sono il prodotto dei mali italiani.

Intorno al 2008 il bracciante di Rosarno era arrivato da poco a Lampedusa, era passato dal centro di Crotone e quindi alle campagne calabresi. Con in tasca un diniego o un permesso temporaneo, con una scarsa padronanza della lingua, aveva poche possibilità di sottrarsi a condizioni di vita estreme. Viveva alla Cartiera o alla Rognetta, fabbriche diroccate dove solo l`assistenza dei volontari impediva di morire di freddo. Poi sono arrivati gli uomini delle fabbriche. Licenziati dalle ditte del Veneto, avevano i documenti in regola, abitavano in normali appartamenti e non erano disposti a subire umiliazioni o – peggio – atti di violenza gratuita. A loro, quest`anno si sono aggiunti quelli dell`«emergenza Nord Africa». Sono i profughi della guerra in Libia, anche loro operai, ma nello Stato di Gheddafi.

La guerra è ampiamente finita, ma in Italia l`emergenza decisa dal governo è stata prorogata fino a febbraio. Così abbiamo visto gente per mesi e mesi in attesa di un responso o costretta a fare ricorso dopo un diniego. Oppure 'liberata` con un permesso temporaneo che li rende ricattabili: devono accettare qualunque lavoro e qualunque condizione. Da Mineo a Napoli, dalla Calabria alla Basilicata, dal Lazio al Veneto li hanno distribuiti ovunque. Alberghi e abitazioni di ogni tipo. Sul Pollino e sulle Dolomiti, in Sila e a Marcellina (alto Lazio), a Matera e nel centro della Sicilia. Preferibilmente in posti isolati, lontani da opportunità di lavoro. Del resto, chi è in attesa di asilo politico non può lavorare. «Non siamo venuti in Italia per dormire» hanno scritto alcuni di loro durante una protesta di qualche mese fa alla Stazione Termini. La polizia li ha sgomberati rapidamente.
terrelibere.org - autore dell"articolo Antonello Mangano          13 gennaio 2013

Ultima modifica il Lunedì, 14 Gennaio 2013 18:40

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