Sindacato Intercategoriale Cobas

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Continua la strage di operai alla Marlane

protesta per morti alla MarlaneMentre si continua a negare quanto avvenuto nella fabbrica tessile della Marlane di Praia a mare, mentre la famiglia Marzotto continua a festeggiare i 150 anni di esistenza nel mondo del lavoro, mentre il processo iniziato da più di anno continua a subire rinvii, mentre le famiglie degli operai deceduti aspettano giustizia, la notizia di un operaio deceduto ieri, per un tumore, non riesce a smuovere le coscienze di nessuno. Ancora un funerale, ancora un piccolo corteo silenzioso dietro una bara . Questa volta si tratta di MARIO PELLEGRINO, nato a Rota Greca nel 1934. Ha svolto la funzione di operaio addetto alla cimatura, dal 1969 al 1989. Ha scoperto di avere un tumore nel 2000 e da allora la sua vita è stato un inferno fra ospedali, cure, interventi chirurgici, tutti avvenuti nella solitudine della propria famiglia. Nel processo Mario Pellegrino si era costituito parte civile ed era difeso dall'avv.Natalia
Branda. Nessuno dei dirigenti della fabbrica si è presentato alla sua abitazione, nessun aiuto da parte dello Stato, nessun francobollo commemorativo per questo operaio così come avvenne con la famiglia Marzotto, nessuna strada o piazza verrà intitolata a lui.
Come ambientalisti continuiamo a sostenere le famiglie degli operai così come continuiamo a restare vigili sul processo . La prossima udienza sarà il 17 settembre , ma già sappiamo che ci sarà uno sciopero degli avvocati penalisti e questo significherà un nuovo rinvio. Ma come abbiamo sempre sostenuto resisteremo un minuto in più dei padroni. Alla famiglia di Mario Pellegrino giunga il nostro dolore per questa perdita che coinvolge tutti noi.

1 settembre 2012
Coordinamento provinciale Cosenza SI Cobas
Le associazioni ambientaliste promotrici dei Sit in davanti il tribunale di Paola.

Ultima modifica il Sabato, 01 Settembre 2012 12:25

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Ilva: La salute si difende eliminando la nocività

All’Ilva, come in molte fabbriche, esiste la necessità immediata e l’urgenza di intervenire con misure di protezione per bonificare la fabbrica e l’ambiente, sottraendo i lavoratori e i cittadini al lento - ma inevitabile - massacro cui sono sottoposti. Le prime vittime dell’Ilva sono gli operai che ci lavorano e le loro famiglie.

Come scrive il Tribunale del Riesame di Taranto “Inquinare fu una scelta” che impone “l’interruzione della catena dei reati ancora in atto”. Inquinamento attuato coscientemente con la complicità di istituzioni comprate a suon di “mazzette”.

La contrapposizione fra difesa del posto di lavoro e del salario e salute in fabbrica e nel territorio da sempre attraversa il movimento sindacale e operaio.
Negli anni 70’, in un’altra situazione economica, nelle fabbriche di Sesto San Giovanni la contraddizione fu risolta direttamente dagli operai con fermate improvvise, scioperi spontanei di gruppi di lavoratori, in particolare delle lavorazioni a caldo di forgia e fonderia (costretti a lavorare a lavorare pezzi di acciaio dai 1250 ai 1500 gradi centigradi) quando, nei mesi estivi, la temperatura sul posto di lavoro diventava intollerabile provocando continui svenimenti fra gli operai.
Queste lotte contro la nocività - che non delegavano a nessuno il problema della salute in fabbrica, né al padrone né al sindacato, attraverso cortei interni e discussioni con tutti gli operai - costrinsero i sindacati a rincorrere gli operai anche sul problema dell’organizzazione capitalistica del lavoro.

All’Ilva i sindacati confederali, invece di intervenire nel dibattito organizzando assemblee e lotte per la tutela del posto di lavoro e della salute operaia, denunciando i rischi per la salute in fabbrica e nel territorio - da anni hanno sposato la linea del padrone della competitività e della produzione ad ogni costo, ponendosi ora alla testa della mobilitazione reazionaria a favore del padrone e dei suoi leccapiedi.
La giustizia e la legge dello stato dei padroni anche in questo caso usa due pesi e due misure. Arresti domiciliari (nelle loro lussuose case) per Riva e i dirigenti responsabili della morte per cancro di migliaia di operai e cittadini. Galera per i NO TAV e coloro che hanno protestato contro il G8 di Genova.

Il dominio incontrastato del padrone nella fabbrica e nella società si evidenzia con le istituzioni che si schierano sempre col padrone. Come si sapeva da anni ed ora si è evidenziato nelle inchieste, in questi anni politici, sindacalisti, istituzioni, tecnici, erano e sono sul libro paga o usufruiscono delle generose “donazioni” della famiglia Riva. Contributi generosi padron Riva li dati a tutti. Dai 245 mila euro a Forza Italia ai 98mila del (futuro segretario del Pd), Pierluigi Bersani. Persino la chiesa e la parrocchia del quartiere Tamburi negli anni 2010 e 2011 hanno goduto di queste “donazioni” in cambio dell’assoluzione. Con l’ultima donazione di 365 mila euro alla chiesa padron Riva, oltre che il paradiso, si è comprato la benevolenza dell’istituzione religiosa che nei suoi sermoni non perde occasione di magnificare la sua generosità.

Delegare il posto di lavoro e la salute al sindacato, alle istituzioni e al padrone, è il modo migliore per perderli.
La difesa del posto di lavoro e della salute si realizza solo nella critica all’organizzazione capitalistica del lavoro, quando gli operai manifestano la loro autonomia di classe concretizzandola con scioperi contro il padrone e i dirigenti responsabili della brutalità delle condizioni di lavoro nocive.
Delegare al padrone e agli istituti specializzati il controllo della nocività e dell’inquinamento ambientale sul lavoro e sul territorio è come legarsi al collo una corda sperando nella buona fede del boia che l’ha in mano.

Lottare oggi contro lo sfruttamento significa rischiare anche di perdere il posto di lavoro e un salario che, per quanto insufficiente alle necessità di vita permette di tirare avanti garantendo il pranzo e la cena, per quanto sempre più magri, in tempo di crisi.

Astenersi dalla lotta o, peggio, lottare per difendere il proprio padrone e i dirigenti  accusati della morte di centinaia di operai e migliaia di cittadini, non garantisce in ogni caso né il posto di lavoro né la salute.

Il sistema capitalista, nella sua ricerca del massimo profitto, distrugge gli esseri umani e la natura e non si può accettare di barattare il lavoro di alcuni contro la salute di tutti.

Si lavora per vivere, non per morire! Se i padroni ci vogliono costringere a lavorare per continuare a intascare profitti facendoci rischiare la vita ogni giorno in fabbrica in reparti nocivi e inquinando il territorio, dobbiamo dire chiaramente che noi vogliamo lavorare in sicurezza e che a condizione di morte niente lavoro.

La scelta fra il morire di fame e il morire di cancro non è una scelta. La lotta del movimento operaio è da sempre una lotta contro lo sfruttamento, per eliminarne le cause, la società capitalista basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

La salute si rivendica e la nocività si elimina. Invece di fare cortei a favore del padrone, noi chiediamo la bonifica immediata dei siti inquinati e la chiusura dei reparti incriminati, con salario pieno per tutti i lavoratori interessati.

E’ questa la lotta che vale la pena di fare.

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
Sesto San Giovanni,  22 agosto 2012

Ultima modifica il Giovedì, 23 Agosto 2012 18:14

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COOPERATIVE: VINCERE SI PUÒ!

Lavoratori dell’SDA di  Bologna, siamo lavoratori come voi, dei magazzini di Milano e siamo qui per invitarvi ad organizzarvi con noi.
A Milano ci siamo organizzati nel Sindacato Intercategoriale Cobas e nel giro di 6 mesi abbiamo sottoscritto con il Consorzio UCSA 2 contratti che hanno portato ad un miglioramento delle condizioni lavorative e salariali.
Prima, quando eravamo con i sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL), questi perché complici con i padroni, gli permettevano di fare il bello e il cattivo tempo; la cooperativa non applicava il contratto nazionale e lasciavano mano libera ai “caporali” contro i lavoratori.
Oggi,  noi abbiamo imposto che si faccia un minimo 168 ore di lavoro al mese, imposto i passaggi di livello a secondo delle mansioni, la definizione dei turni ed orario di lavoro con i nostri rappresentanti sindacali, intervalli in magazzino più ridotti e costretto i capi a comportarsi con noi in maniera civile rispettandoci come lavoratori.
Dobbiamo organizzarci, nelle prossime settimane, fare degli scioperi anche nel magazzino di Bologna con il sostegno di altri lavoratori delle cooperative, perché se ci rafforziamo alla SDA di Bologna, saremo più forti anche a Milano.
Nei giorni passati abbiamo scioperato alla TNT di Bologna e ottenuto tutto quello che abbiamo chiesto. Alla TNT di Bologna i compagni sono oggi 160 iscritti al S.I. Cobas e siamo così più forti perché abbiamo un sindacato dalla nostra parte.
Organizziamoci per ottenere risultati che difendono la nostra dignità, impediamo ai padroni di fare quello che hanno fatto fino ad ora.

PIÙ SIAMO UNITI, PIÙ SIAMO FORTI!

Passa alla tua parte, passa al SI COBAS
Per contatti, rivolgiti al Sindacato Intercategoriale Cobas

Via Marco Aurelio, 31 - c.a.p. 20127 Milano. tel/fax 0249661440 e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. – Fulvio 3476656931 Aldo 3381168898

Milano, 13 agosto 2012

Ultima modifica il Martedì, 14 Agosto 2012 17:56

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SUDAFRICA: PIOMBO “DEMOCRATICO” CONTRO GLI OPERAI !

Erano in 3000, i poliziotti del governo democratico del Sudafrica, che sono andati a sparare sui minatori in sciopero della Company britannica Lonmin, a Marikana, 100 chilometri a N/O di Johannesburg.

Secondo fonti sindacali, 36 operai sono rimasti sul terreno, uccisi dal piombo del governo guidato dall'ANC (African Natinal Congress), il partito del Nobel Nelson Mandela: “l'antirazzista”, “il democratico”, “il perseguitato per la giustizia”... Un nero come carta “democratica” giocata dalla borghesia di fronte all'esplodere di contraddizioni del sottosuolo capitalista, non più contenibili dentro l'involucro dell' “apartheid”...

Ma di quale “giustizia” si parla ora? Non certo quella di rivendicare, come fanno i minatori della Lonmin di Marikana, un salario appena decente (400 euro al mese). Non certo quella di ribellarsi al caporalato schiavista ed al crumiraggio istituzionale del sindacato di regime NUM (National Union of Mineworkers), legato all'ANC.

Tutto questo, nel Sudafrica “democratico”, non è ammesso, e si paga con la vita. Stiamo parlando del Sudafrica, una della “medie” potenze capitalistiche emergenti, non del Burundi! Un paese che detiene l'80% delle riserve minerarie mondiali di platino, e di cui la stessa Lonmin ne produce il 12%.

Questo sciopero, iniziato il 10 agosto, aveva già lasciato sul terreno 10 vittime ( tra cui 2 poliziotti fatti a pezzi a colpi di machete ), dovute allo scontro tra il già citato sindacato crumiro NUM ed il più radicale sindacato AMCU ( Association of Mineworkers and Costruction Union ).

Ma questo sciopero, dichiarato “illegale” dalla Company, oltre ad abbattere del 6,33% le azioni della Lonmin, rischiava di “inceppare” un meccanismo che per nulla al mondo può fermarsi: quello di trarre lauti profitti da un settore che, in tempi di crisi, sta “tirando” al massimo: quello appunto delle materie prime.

L'oro, l'argento...il platino. Guadagni sicuri, sui “beni rifugio” che riempono i forzieri e che non sono sottoposti alle fluttuazioni del capitale finanziario.

Dunque, allo sciopero si risponde col piombo, com'è nella tradizione e nelle politiche borghesi. Altra materia prima pure questa, che essendo però meno “pregiata”, viene più “produttivamente” scaricata addosso agli operai che lottano!

Un'altra pagina di sangue contro la nostra classe, che si aggiunge alle altre ormai numerosissime pagine che solcano paesi come la Cina, l'India, il Brasile, tutto il Sud Est asiatico...dove il proletariato, tutt'altro che “scomparso”, sta già solcando col sangue la strada della ripresa della lotta di classe. Ponendo, NELLA PRASSI QUOTIDIANA, il problema della sua organizzazione rivoluzionaria.

Ma anche da noi, nell'Occidente dell'imputridimento imperialista e della crisi sistemica, questi eventi devono servire da sprone e da insegnamento.

La classe proletaria, in questi anni, è stata dispersa, frastagliata, girata come un guanto, polverizzata nei mille rivoli del precariato., della flessibilità, del super sfruttamento..ma non è scomparsa!

Da tempo, nelle Logistiche del Nord Italia, settori limitati ma significativi di immigrati cercano di alzare la testa, AL DI FUORI E CONTRO ogni logica spartitoria, concertativa e collaborazionista dei sindacati istituzionali.

Ricevono anche loro, seppur non ancora a quei livelli di scontro, la stessa risposta “democratica”: cariche della polizia, manganellate, arresti, espulsioni...

E' ora di fare tutti un salto di qualità politico. L'unico in grado di “mettere insieme”, nella comune lotta contro il capitalismo, realtà così distanti!

Questo è il nostro modo di esprimere la piena solidarietà di classe ai nostri compagni operai del Sudafrica, vittime del profitto e dello Stato borghese:

ONORE AI COMPAGNI LAVORATORI SUDAFRICANI DI MARIKANA, CADUTI NELLA LOTTA PER LA DIFESA DELLA LORO CONDIZIONI DI LAVORO!

17/08/2012                        
                                          COMUNISTI PER L'ORGANIZZAZIONE DI CLASSE
                                          GRUPPO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO

Sottoscritto dal SINDACATO INTERCATEGORIALE COBAS

Ultima modifica il Venerdì, 17 Agosto 2012 18:43

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ILVA, tra disoccupazione, malattia e salvaguardia del profitto

Dopo aver praticamente ricevuto in dono dallo Stato (nel loro gergo: “acquisito”) l'Italsider e ridenominatala “Ilva”, il suo padrone, Riva e soci di famiglia, si sono visti bloccare con un più che motivato sequestro (falso e corruzione) l'area a caldo dello stabilimento di Taranto. A p r i t i   c i e l o !
Riva, accusato dal PM di pensare solo al “profitto”, è stato immediatamente difeso da tutti gli ambienti confindustriali ma non solo: “e a cosa dovrebbe pensare un'azienda se non al profitto?”. Nessuno pare ricordarsi dell'acciaio, dello “sviluppo”, del “benessere” della città (Taranto come Genova ecc.) cui dovevamo rendere tutti grazie al beneamato padrone che, bontà sua, ce li donava graziosamente.
Ora scopriamo invece che senza tanti “doni”, lor signori non possono ottenere il loro naturale scopo, il profitto. Che il benessere, lo sviluppo, persino l'acciaio di questo caso, sono solo una mera, secondaria, conseguenza,  proprio come l'inquinamento! Che è per difendere questo scopo che il padrone dell'Ilva ha corrotto funzionari e dichiarato controlli ambientali ed interventi correttivi mai effettuati.
Anche il governo non ha gradito quest'intervento della magistratura e, confidando nel 'riesame' del sequestro, ha immediatamente stanziato 336 milioni per la bonifica delle aree inquinate “non aziendali”, con ciò ammettendo che il sequestro dell'area a caldo dell'Ilva non sia poi così campato in aria come si vorrebbe far credere.
Non da meno il sindaco di Taranto, che, secondo stupite fonti giornalistiche, avrebbe sollecitato gli operai in sciopero ad occupare il municipio. Ma c'è poco da stupirsi. La recita è sempre la stessa con sindaci, presidenti di provincie e regioni, deputati e senatori, che, elettoralmente preoccupati, si avvalgono di sindacati, FIOM in testa, sempre all'avanguardia quando si tratta di mandare allo sbaraglio gli operai per difendere il posto di lavoro ... altrui, in questo caso di Riva. Sindacati, concertativi ad ogni costo, che “difendono” la forza-lavoro non in quanto tale ma solo quale conseguenza del “posto”, magari per trasmettere poi voti a partiti tipo PD!!!!.
Non si preoccupino.
Non sarà questo il caso ma, aiutati dal governo che gli paga le varie bonifiche, di padroni disposti a sacrificarsi per “acquisire” i posti di lavoro, gli stabilimenti che Riva non molla di sicuro, ne troveranno sempre. Insomma non è un caso che il governo dei “tecnici” si sia accollato 336 milioni (a mille euro mese detassati, diecimila retribuzioni salvate per almeno tre anni) per avviare la bonifica dei danni prodotti per salvare il profitto di Riva, ma neanche un euro o una parola per garantire le retribuzioni operaie.
Perché per lo Stato (e suoi partiti e sindacati concertativi) e padroni sarebbero invece i lavoratori, pretendendo garanzie ed ammortizzatori sociali adeguati, i veri parassiti che, pretesa delle pretese,  quando licenziati, vorrebbero essere retribuiti senza lavorare!!!!
Ma i veri parassiti sono proprio loro,  proprio il loro Stato, capace solo di far debiti su debiti, e proprio lor padroni capaci di produrre una crisi mondiale solo per far soldi con i soldi giocando in borsa, o capaci di far profitti solo impiegando sempre meno lavoratori, licenziando ed incrementando così il loro portafogli e la nostra disoccupazione.
Disoccupazione e licenziamenti cui possiamo opporci solo rivendicando che ogni risorsa vada agli ammortizzatori sociali, per un salario garantito.
PER LA RIDUZIONE DELL'ORARIO DI LAVORO!PER LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI !!!!

S.I. COBAS - Sin.Base

Ultima modifica il Martedì, 31 Luglio 2012 19:48

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